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Svizzera 2025 Ricerca Innovazione e Sviluppo tra Europa, Stati Uniti e Territori – Ambiente ed energia

Svizzera 2025: Ricerca, Innovazione e Sviluppo tra Europa, Stati Uniti e Territori – Ambiente ed energia Presentazione della ricerca Questa ricerca, redatta nell’agosto 2025, nasceva in un contesto segnato da una duplice tensione per la Svizzera: da una parte il parziale indebolimento dei rapporti con l’Unione europea in materia di ricerca e mobilità accademica dopo il 2021; dall’altra l’impatto dei dazi statunitensi su comparti industriali, tecnologici e farmaceutici svizzeri, con effetti potenzialmente rilevanti anche sulla capacità di investimento in ricerca e sviluppo. L’analisi si collocava quindi nel solco delle riflessioni sul posizionamento della Svizzera nel nuovo quadro geopolitico della conoscenza, interrogandosi su come la pressione commerciale esterna potesse riflettersi sulla competitività scientifica, sull’attrattività dei poli universitari e sulla tenuta del sistema dell’innovazione. In questo scenario, il rapporto attribuiva particolare importanza alla prospettiva dei nuovi accordi bilaterali tra Svizzera e Unione europea, allora letti come possibile leva di normalizzazione per il ritorno pieno ai programmi europei di ricerca, cooperazione scientifica e mobilità come Horizon Europe ed Erasmus+. Il testo concentrava poi l’attenzione sul Cantone Ticino, considerato non come periferia, ma come laboratorio avanzato di cooperazione tra livello cantonale, federale, macroregionale e transfrontaliero. La ricerca ricostruiva infatti la rete degli attori che sostengono innovazione e sviluppo: strumenti federali come Innosuisse, FNS/SNF, SECO e Switzerland Innovation; strutture cantonali e territoriali come Fondazione Agire, Tecnopolo Ticino, USI, SUPSI, Switzerland Innovation Park Ticino SA; programmi europei e macroregionali come Interreg ed EUSALP; fino agli enti locali, ai manager economici territoriali e alle piattaforme urbane di sperimentazione come Lugano Living Lab, Plan ₿ e USI Startup Centre. Uno degli elementi centrali dell’analisi era l’idea che i dazi americani non costituissero soltanto un problema commerciale, ma anche un segnale di vulnerabilità sistemica. Se si riducono margini, export e investimenti privati, si restringono anche le risorse disponibili per innovazione applicata, trasferimento tecnologico e sostegno ai centri di ricerca. Da qui la conclusione che la Svizzera fosse chiamata a rafforzare la diversificazione dei mercati e, parallelamente, a consolidare le proprie connessioni scientifiche e istituzionali con l’Europa. Nel caso ticinese, la ricerca evidenziava come questa resilienza potesse tradursi in una strategia concreta: più integrazione tra università, imprese, enti di promozione economica e programmi europei; maggiore capacità di attrarre investimenti e competenze; sviluppo di poli specializzati nei settori life sciences, droni, digitalizzazione, blockchain, ambiente ed energia. Il Ticino veniva così descritto come una piattaforma di frontiera capace di connettere reti svizzere e italiane, trasformando la propria posizione geografica in un vantaggio competitivo. Dalle conclusioni del testo emergeva inoltre un messaggio più ampio: la forza del modello svizzero non risiede in un unico attore, ma nella sua governance multi-livello, cioè nella capacità di coordinare Confederazione, Cantoni, comuni, università, parchi dell’innovazione, fondazioni, imprese e reti internazionali. In questa prospettiva, il Ticino appariva come uno degli spazi più interessanti per osservare come la cooperazione territoriale, la flessibilità istituzionale e il cofinanziamento pubblico-privato possano sostenere uno sviluppo innovativo diffuso. La parte finale della ricerca insisteva poi su un punto che oggi appare ancora molto attuale: l’innovazione non va letta solo in chiave tecnologica o industriale, ma sempre più anche in relazione ad ambiente, energia e sostenibilità. Il documento sottolineava infatti la crescita di filiere legate alla green innovation, alla digitalizzazione energetica, al monitoraggio ambientale, alle smart cities e all’economia circolare, indicando nel Ticino un possibile punto di convergenza tra eccellenza scientifica, sperimentazione territoriale e transizione ecologica. Nel suo insieme, questa ricerca può quindi essere letta come una fotografia ragionata di un momento di svolta. A un anno di distanza, conserva interesse non solo come documento di scenario, ma anche come tentativo di mettere in relazione shock esterni, dinamiche europee e specificità territoriali, mostrando come proprio nei territori di confine — e in particolare nel Ticino — possano maturare risposte originali alle trasformazioni dell’economia della conoscenza

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