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Il conto della siccità: cosa dice già la scienza sulla Svizzera

Un studio econometrico del Politecnico di Milano e del CMCC (Mastropietro, Daumas, Kotz, Tavoni, 2026) quantifica per la prima volta, paese per paese, il costo delle siccità pluriennali in Europa: la Svizzera risulta tra le economie più colpite in termini relativi, con una perdita di PIL pari al 3,88% nel periodo 2015-2018 — quasi il triplo dell’impatto italiano, a fronte di un danno nominale quasi identico (24,3 miliardi di euro). L’estate appena trascorsa offre una verifica empirica quasi in tempo reale di questa traiettoria: la più calda mai registrata nell’Europa occidentale e il quarto anno più arido in Ticino dal 1900, con la produzione idroelettrica di AET in calo fino al 70% tra maggio e luglio, il Reno a Basilea il 66% sotto la media storica di agosto con il rischio, segnalato dalla stessa Commissione centrale per la navigazione del Reno, di uno spezzettamento della rotta navigabile, e nel bacino del Po un nuovo record negativo di siccità a Cremona, con ordinanze di “cauta navigazione” e oltre 3 miliardi di euro di danni stimati all’agricoltura italiana. Sullo sfondo, la ricerca glaciologica di ETH Zürich e GLAMOS conferma che il “picco dell’acqua” alpino è già stato raggiunto: da qui in avanti la riserva glaciale può solo calare, con conseguenze che il bacino idrografico condivide al di là dei confini nazionali — a partire dal Lago Maggiore, il cui bacino imbrifero è svizzero per il 51% e alimenta, attraverso il Ticino, lo stesso Po in crisi idrica. L’articolo si chiude con una riflessione personale dell’autore su un possibile coordinamento tra il rilascio degli invasi alpini e il sostegno alla navigazione commerciale — un’ipotesi non ancora presente nel dibattito politico-istituzionale — in un contesto in cui i negoziati italo-svizzeri per la regolazione del Verbano restano, dopo il rigetto della mozione Storni il 26 agosto 2026, rimandati al 2027.

ITEN