Neutralità svizzera in trappola: potenze protettrici, allineamento atlantico e paradosso della sicurezza autoprodotta
Neutralità in trappola: la sicurezza che la Svizzera si è costruita da sola Sintesi storico-politica del saggio "Neutralità svizzera in trappola: potenze protettrici, allineamento atlantico e paradosso della sicurezza autoprodotta" (Niccolò Salvioni, 8 febbraio 2026) Il 27 gennaio 2026 il consigliere federale Martin Pfister aveva chiesto ai cittadini svizzeri un aumento permanente dell'IVA dello 0,8% — 31 miliardi di franchi in dieci anni — perché la Confederazione «non sarebbe più in grado di difendersi da sola». È un annuncio che, letto in controluce, rivela un paradosso storico di prima grandezza: buona parte delle minacce per cui oggi si chiede di pagare discende dalle scelte politiche compiute dal Consiglio federale stesso a partire dal 2022, quando Berna decise di aderire alle sanzioni dell'Unione europea contro la Russia, abbandonando di fatto — pur senza mai dichiararlo — due secoli di neutralità armata. Mosca reagì inserendo immediatamente la Svizzera nella lista dei "Paesi ostili". Il conto di quella svolta politica, mai sottoposta a referendum, viene ora presentato ai contribuenti sotto forma di imposta sui consumi. Da Vienna 1815 a oggi: una neutralità sempre reinterpretata La neutralità svizzera nasce come istituto di diritto internazionale con il Congresso di Vienna del maggio 1815 e viene ratificata dal Trattato di Parigi del 20 novembre dello stesso anno, quando Russia, Inghilterra, Prussia, Austria e Francia riconobbero la neutralità "perpetua" della Confederazione, dichiarando che la sua inviolabilità era "nell'interesse di tutta l'Europa". Da allora la dottrina distingue cinque caratteri: volontaria, permanente, armata, internazionalmente riconosciuta e attiva (orientata ai buoni uffici e all'aiuto umanitario). Nella pratica, però, la neutralità elvetica non è mai stata un blocco rigido, ma un principio negoziato con la storia: - Prima guerra mondiale (1914-1918): neutralità integrale, difesa con mobilitazioni fino a 450.000 uomini, ma percorsa da forti tensioni linguistiche interne tra simpatie opposte per le Potenze Centrali e per l'Intesa. - Seconda guerra mondiale (1939-1945): apice della credibilità militare — il "ridotto alpino" rese l'invasione troppo costosa per la Wehrmacht — ma anche il punto più basso sul piano morale ed economico, con l'industria bellica svizzera (Bührle in testa) che riforniva il Reich e la Banca nazionale che acquistava oro tedesco di provenienza incerta, mentre i profughi ebrei venivano respinti alla frontiera. - Guerra fredda (1945-1989): la formula del consigliere federale Max Petitpierre, "neutralità e solidarietà" (1953), descrive una Svizzera formalmente equidistante ma culturalmente ed economicamente ancorata all'Occidente. - Dal 1990 a oggi: la Confederazione accetta sanzioni ONU (Golfo, 1991), entra nel Partenariato per la pace della NATO (1996), invia contingenti non armati in Kosovo (1999). Ma la svolta del 28 febbraio 2022 — l'adesione alle sanzioni UE contro la Russia — è di natura diversa: per la prima volta dal 1815 la Svizzera si schiera in un conflitto tra grandi potenze senza un mandato ONU universale, e lo fa per scelta autonoma, non per obbligo di appartenenza come nel caso di Irlanda o Austria, vincolate invece dalla politica estera comune dell'UE. Il crollo silenzioso delle potenze protettrici Meno nota al grande pubblico, ma centrale nel saggio, è la parabola dell'istituto della potenza protettrice: lo Stato neutrale che, su mandato di un belligerante, ne rappresenta gli interessi presso un altro Stato con cui le relazioni diplomatiche sono interrotte, funzione codificata dalle Convenzioni di Ginevra del 1949, di cui la Svizzera è depositaria. Durante la Seconda guerra mondiale Berna gestiva 219 mandati di questo tipo, l'apice assoluto della propria influenza diplomatica. Oggi ne restano otto. Il più noto — la rappresentanza degli interessi americani in Iran dal 1980, all'indomani della crisi degli ostaggi — è anche il più emblematico del paradosso attuale: la Svizzera rappresenta Washington a Teheran, ma applica contemporaneamente sanzioni contro l'Iran su pressione occidentale, un conflitto di interessi strutturale che Teheran non può che percepire come schieramento, non come equidistanza. Lo stesso meccanismo si è riprodotto, in scala maggiore, con l'adesione alle sanzioni anti-russe: un mandato di potenza protettrice reciproca tra Berna e Mosca, sul modello di quello attivato dopo il conflitto russo-georgiano del 2008, è oggi politicamente impensabile. Svezia e Finlandia, che nella Seconda guerra mondiale gestivano rispettivamente 114 e diversi mandati propri, hanno chiuso il cerchio aderendo formalmente alla NATO nel 2023-2024, riconoscendo l'abbandono della neutralità. La Svizzera, invece, resta in una posizione ibrida: troppo schierata per essere creduta imparziale, troppo formalmente neutrale per godere delle garanzie di difesa collettiva. Un esercito che non sa spendere: il conto dei 19 miliardi Il paradosso della "sicurezza autoprodotta" ha anche un volto squisitamente gestionale. Una commissione parlamentare ha certificato, a fine 2024, che sette progetti militari e informatici del Dipartimento della difesa — per un valore complessivo di 19 miliardi di franchi — presentano «gravi problemi e grandi rischi»: i sovracosti dei caccia F-35A (fino a 1,8 miliardi), i droni israeliani ADS-15 in ritardo di sette anni, il sistema di difesa terra-aria sospeso dal 2016 senza sostituto, il sistema informatico FIS Heer naufragato dopo quasi un miliardo investito, le telecomunicazioni militari mobili in ritardo di anni. Nessun dirigente è stato rimosso, nessuna responsabilità politica assunta. Il confronto internazionale, spiega il saggio, mostra che l'unico modo per conciliare neutralità armata e credibilità industriale è quello svedese — Saab e il caccia Gripen —, che però costa quasi cinque volte quanto la Svizzera spende oggi in proporzione al PIL (0,72% contro il 3,5% verso cui la Svezia si sta orientando). Oltre l'80% degli acquisti militari recenti elvetici proviene ormai da un solo Paese, gli Stati Uniti, o dai suoi alleati stretti come Israele: l'esatto contrario dell'autonomia industriale che la stessa Strategia in materia di politica d'armamento del giugno 2025 dichiara di voler perseguire. Chi paga il conto: la regressività dell'IVA L'aumento dell'IVA proposto per finanziare il riarmo — dall'8,1% all'8,9%, per riportare la spesa militare all'1% del PIL entro il 2032, contro l'attuale 0,72% e la media storica 1960-2024 pari all'1,43% — è, per sua natura, una scelta fiscalmente regressiva: colpisce proporzionalmente di più chi consuma quasi tutto il proprio reddito (famiglie a basso reddito, pensionati con rendite fisse) rispetto a chi può risparmiare o investire una quota consistente delle proprie entrate. Secondo le stime richiamate nel saggio, una famiglia con reddito annuo di 30.000 franchi vedrebbe un aggravio pari allo 0,72% del proprio reddito, contro lo 0,60% di una famiglia con reddito mediano. Il Consiglio federale avrebbe potuto scegliere strumenti progressivi — un'aliquota marginale più alta dell'imposta federale diretta sopra i 250.000 franchi, o un prelievo straordinario sugli utili delle multinazionali che beneficiano dell'accordo di novembre 2025 con l'amministrazione Trump (200 miliardi di dollari di investimenti vincolati agli Stati Uniti) — ma non lo ha fatto: nessuna di queste alternative è mai stata discussa pubblicamente. Horizon Europe e i Bilaterali III: la neutralità ipotecata Un intero capitolo del saggio è dedicato a una contraddizione poco discussa: dal luglio 2025 la Commissione europea ha aperto per la prima volta in oltre quarant'anni il programma di ricerca Horizon Europe (2028-2034, budget quasi raddoppiato a 175 miliardi di euro) a progetti dual-use, cioè con applicazioni sia civili sia militari — droni, intelligenza artificiale per sistemi d'arma, tecnologie quantistiche, sorveglianza satellitare. Attraverso i Bilaterali III e l'Accordo sui programmi UE (EUPA), in vigore dal 1° gennaio 2025, la Svizzera vi partecipa come "Paese associato", contribuendo con centinaia di milioni di franchi l'anno senza alcuna clausola di salvaguardia, diritto di opt-out o audit indipendente sull'uso finale delle tecnologie finanziate. L'articolo 4 dell'EUPA impone di recepire dinamicamente tutte le regole future dei programmi europei: l'unica via d'uscita sarebbe la denuncia dell'intero accordo. A ciò si somma l'integrazione infrastrutturale prevista dagli stessi Bilaterali III in materia di energia (ENTSO-E) e trasporti, che in caso di conflitto tra l'UE e uno Stato terzo obbligherebbe la Confederazione a scelte discriminatorie verso uno dei belligeranti — una violazione automatica del principio di parità di trattamento sancito dalle Convenzioni dell'Aja del 1907, e con essa la fine, di fatto, della possibilità stessa di restare neutrali in senso giuridico. Dall'equidistanza alla subordinazione economica Il quadro si completa con l'accordo commerciale del novembre 2025 con l'amministrazione Trump — 200 miliardi di dollari di investimenti privati svizzeri vincolati agli Stati Uniti entro il 2028 — e con un episodio sintomatico del clima politico: nel gennaio 2026 il Municipio di Muralto ha revocato l'autorizzazione a una proiezione del documentario "Maidan: la strada verso la guerra", organizzata dalla sezione ticinese degli Amici della Costituzione, un caso di censura preventiva che il saggio colloca nello stesso solco dell'allineamento retorico e politico al blocco atlantico. Le domande aperte per i cittadini Il saggio si conclude con una lettura costituzionale: l'articolo 185 della Costituzione federale affida al Consiglio federale il compito di "vegliare sulla neutralità", ma l'adesione alle sanzioni contro la Russia non è mai stata ratificata dal Parlamento su base giuridica ordinaria, e i Bilaterali III sono destinati a un referendum solo facoltativo, non obbligatorio come previsto dall'articolo 140 per i trattati che comportano un'integrazione sovranazionale. È in corso, ricorda l'autore, una raccolta firme per un'iniziativa che vorrebbe ancorare in Costituzione l'obbligo di un referendum a doppia maggioranza per questo tipo di accordi. Nell'ultimo capitolo, una postfazione dedicata agli scenari di minaccia del XXI secolo, l'autore valuta come estremamente improbabile un'invasione convenzionale del territorio svizzero, mentre giudica alta la probabilità di minacce ibride — cyber-attacchi, disinformazione, pressioni economiche — contro cui caccia F-35 e sistemi corazzati sono sostanzialmente inutili. La sua conclusione è che, tra le quattro strade percorribili — neutralità armata piena sul modello 1960-1990, integrazione atlantica esplicita nella NATO, neutralità leggera "alla irlandese" o una neutralità leggera rafforzata da elementi selettivi del modello classico (servizio militare obbligatorio, riserve strategiche, cyber-difesa) — quest'ultima opzione offrirebbe il miglior rapporto tra costi, efficacia contro le minacce reali e compatibilità con i valori della popolazione, a condizione però di rinunciare proprio a quei Bilaterali III che, integrando la Svizzera nelle strutture energetiche, digitali e di ricerca europee, renderebbero comunque quella stessa autonomia solo parziale. Resta, come nota conclusiva dell'autore, una domanda che nessun documento ufficiale ha ancora posto direttamente ai cittadini: quale Svizzera vogliamo per il XXI secolo — neutrale e coerente, alleata e dichiarata, o ancora intrappolata in un ibrido che finora ha accumulato i costi di tutte le opzioni senza i benefici di nessuna? Niccolò Salvioni, Locarno
ITEN