Protezione civile ed emergenze
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4 settembre 2026
ITEN
Il conto della siccità: cosa dice già la scienza sulla Svizzera
Un studio econometrico del Politecnico di Milano e del CMCC (Mastropietro, Daumas, Kotz, Tavoni, 2026) quantifica per la prima volta, paese per paese, il costo delle siccità pluriennali in Europa: la Svizzera risulta tra le economie più colpite in termini relativi, con una perdita di PIL pari al 3,88% nel periodo 2015-2018 — quasi il triplo dell’impatto italiano, a fronte di un danno nominale quasi identico (24,3 miliardi di euro). L’estate appena trascorsa offre una verifica empirica quasi in tempo reale di questa traiettoria: la più calda mai registrata nell’Europa occidentale e il quarto anno più arido in Ticino dal 1900, con la produzione idroelettrica di AET in calo fino al 70% tra maggio e luglio, il Reno a Basilea il 66% sotto la media storica di agosto con il rischio, segnalato dalla stessa Commissione centrale per la navigazione del Reno, di uno spezzettamento della rotta navigabile, e nel bacino del Po un nuovo record negativo di siccità a Cremona, con ordinanze di “cauta navigazione” e oltre 3 miliardi di euro di danni stimati all’agricoltura italiana. Sullo sfondo, la ricerca glaciologica di ETH Zürich e GLAMOS conferma che il “picco dell’acqua” alpino è già stato raggiunto: da qui in avanti la riserva glaciale può solo calare, con conseguenze che il bacino idrografico condivide al di là dei confini nazionali — a partire dal Lago Maggiore, il cui bacino imbrifero è svizzero per il 51% e alimenta, attraverso il Ticino, lo stesso Po in crisi idrica. L’articolo si chiude con una riflessione personale dell’autore su un possibile coordinamento tra il rilascio degli invasi alpini e il sostegno alla navigazione commerciale — un’ipotesi non ancora presente nel dibattito politico-istituzionale — in un contesto in cui i negoziati italo-svizzeri per la regolazione del Verbano restano, dopo il rigetto della mozione Storni il 26 agosto 2026, rimandati al 2027.
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30 luglio 2026
IT
Super Puma in Corsica, pompieri a Bordeaux: e il fuoco dietro il Ghiridone, a un passo da casa?
Sintesi Mentre tre Super Puma dell’esercito svizzero e decine di pompieri romandi venivano mobilitati verso la Corsica e la Gironda, un incendio persistente bruciava per giorni a pochi chilometri da Locarno, sul versante italiano del Monte Ghiridone — senza che il Ticino intervenisse attivamente, limitandosi al monitoraggio. Questo contributo, complementare a «Il fuoco non conosce confini», ricostruisce la cronologia dell’episodio e la confronta con il precedente di Indemini (2022), quando la cooperazione con l’Italia permise di ottenere Canadair in una mezza giornata, evitando conseguenze peggiori a un incendio costato comunque oltre 7,5 milioni di franchi. L’analisi mostra che la base giuridica per la collaborazione transfrontaliera esiste già — l’art. 13 della Convenzione ticinese sui mezzi aerei antincendio non esclude affatto l’intervento di mezzi esteri — ma resta una clausola di tolleranza, attivabile solo caso per caso, non un protocollo di ingaggio preventivo. L’articolo affronta anche l’illusione di una soluzione “europea”: l’adesione della Svizzera al Meccanismo di protezione civile UE è sospesa da fine 2025, non arriverà prima del 2028, e il tema non figura nemmeno nei Bilaterali III firmati con Bruxelles a marzo 2026. La conclusione è netta: se la Confederazione sa proiettare uomini e mezzi a ottocento chilometri di distanza, sotto comando straniero, nel giro di pochi giorni, allora l’ostacolo a un accordo di reciprocità con Piemonte e Lombardia — penso in particolare a “zone di cooperazione prioritaria” lungo Vigezzo-Centovalli, Grande-Onsernone, Formazza-Bedretto — non è tecnico né giuridico. È soltanto la mancanza di una firma, scritta prima che il prossimo incendio la renda urgente.
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11 aprile 2025
IT
Leadership in emergenza: la lezione della Vallemaggia
Contestualizzazione dell’articolo Leadership in emergenza: la lezione della Vallemaggia raccoglie le testimonianze emerse durante l’AGORA LEADERSHIP TALK dell’11 aprile 2025 alla Galleria filoArte di Locarno, un incontro pubblico che ha riunito i protagonisti della gestione dell’alluvione che il 30 giugno 2024 ha colpito la Vallemaggia e la Val Bavona (crollo del ponte di Visletto, frana di Fontana da 300’000 m³, otto vittime, oltre cento immobili distrutti). Attraverso le voci della Polizia cantonale, della Protezione civile, dell’Esercito, dei sindaci di Cevio e Lavizzara e di volontari e tecnici sul campo, il testo ricostruisce in presa diretta come funziona — e dove si inceppa — la macchina istituzionale svizzera nel momento della catastrofe: dal principio di sussidiarietà che condiziona l’intervento dell’esercito, alla gestione delle 6’000 chiamate al 117, fino alle proposte emerse a workshop (Fondo nazionale catastrofi, potenziamento delle tecnologie predittive, revisione della sussidiarietà). È un documento di prima mano, utile sia come memoria storica dell’evento sia come base per una riflessione istituzionale più ampia sulla capacità del Ticino e della Svizzera di affrontare rischi naturali sempre più frequenti. Sintesi di accompagnamento (per Ticinus.ch) La Vallemaggia come banco di prova della leadership in emergenza Un anno dopo l’alluvione del 30 giugno 2024, un incontro pubblico a Locarno ha permesso ai protagonisti della gestione dell’emergenza — polizia, protezione civile, esercito, sindaci e volontari — di ricostruire a più voci una delle crisi più gravi degli ultimi decenni in Ticino. Ne emerge un quadro a più livelli: Il comando nel caos iniziale. Il crollo del ponte di Visletto ha tagliato di netto energia, acqua e comunicazioni; il call center d’emergenza ha potuto gestire solo 300 delle oltre 6’000 chiamate arrivate al 117. Lo Stato maggiore di condotta cantonale (SMRC), regolato dalla Legge sulla protezione della popolazione, ha dovuto coordinare in tempo reale 18 enti, 2’500 operatori e 600 volontari, mentre gli elicotteri di Esercito e REGA garantivano la prima mappatura del disastro dalla “terza dimensione”. Il paradosso della sussidiarietà. Uno dei nodi più interessanti riguarda il ruolo dell’esercito: per principio costituzionale, le forze armate non possono intervenire finché il settore privato non rinuncia formalmente ad agire — un meccanismo che, come ammesso dagli stessi militari intervenuti, può generare ritardi pericolosi in una fase in cui “il tempo perso nell’attesa della catena delle autorizzazioni può compromettere vite e infrastrutture”. Il ponte modulare Mabey di Cevio, costruito in poco più di venti giorni, resta l’esempio di un intervento che ha comunque funzionato, ma che ha richiesto il via libera preventivo delle imprese locali. La leadership diffusa dei volontari. Le oltre 500 offerte di aiuto arrivate tramite portale web e coordinate dalla Protezione civile vengono presentate come un caso pionieristico in Svizzera di auto-attivazione cittadina organizzata — un modello di “leadership diffusa” che l’articolo suggerisce di coltivare anche in tempi ordinari. Le proposte istituzionali emerse. Il workshop ha messo sul tavolo una serie di nodi politici tuttora aperti: l’istituzione di un Fondo nazionale per le catastrofi naturali (proposta già presentata in Parlamento da Fabio Regazzi l’11 settembre 2024), la revisione operativa del principio di sussidiarietà, il rafforzamento del coordinamento 24/7 tra Confederazione, Cantoni e regioni transfrontaliere (Piemonte, Lombardia), e — punto di particolare rilievo — la “incentivazione all’uso e allo sviluppo delle tecnologie predittive e di monitoraggio (IA, droni, satelliti, sensoristica distribuita)” per anticipare eventi come quello della Vallemaggia. Una domanda che resta aperta. L’articolo si chiude con un interrogativo lasciato volutamente senza risposta univoca: se l’alluvione del 1978 (portate fino a 4’700 m³/s) fu ancora più devastante di quella del 2024, gli eventi estremi stanno diventando la norma? E se sì, gli strumenti predittivi e le strutture di comando di cui la Svizzera dispone oggi sono all’altezza di una frequenza e un’intensità crescenti?
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2 luglio 2024
IT
Ricostruzione delle Aree Colpite e Miglioramento delle Risorse di Intervento: nuovo ruolo della confederazione
Premessa di collocamento temporale Il testo è stato redatto il 2/5 luglio 2024, all'indomani delle devastazioni alluvionali in Val Mesolcina/Moesa e in Vallemaggia dello stesso anno — eventi che l'articolo cita esplicitamente come innesco della riflessione. Si tratta quindi di un contributo di analisi e proposta personale (non di un resoconto di dibattito istituzionale già in corso), maturato "a caldo" nei giorni immediatamente successivi alle catastrofi, e riletto oggi con circa due anni di distanza — un periodo in cui, come mostrano gli articoli più recenti su Ticinus (sulla siccità e sul Lago Maggiore), il tema della gestione federale delle emergenze climatiche è rimasto centrale. Sintesi dei contenuti Il quadro attuale (sezione A). In Svizzera la ricostruzione delle infrastrutture pubbliche dopo eventi climatici estremi resta governata dal principio di sussidiarietà: Cantoni e Comuni sono i primi responsabili di gestione e finanziamento, mentre la Confederazione interviene solo in via sussidiaria nei casi più gravi — un impianto confermato dallo stesso Consigliere federale Ignazio Cassis. L'articolo cita anche criticamente un'osservazione del Consigliere federale Albert Rösti sui 160 milioni di CHF/anno investiti in protezione dai nubifragi, ritenendola riduttiva rispetto alla scala del problema. Assicurazioni cantonali obbligatorie e fondi straordinari completano il quadro di finanziamento esistente. Le proposte di riforma (sezioni B-D — riflessione personale dell'autore). Il cuore del documento è un pacchetto di proposte non ancora presenti nel dibattito istituzionale corrente, che l'autore avanza come contributo di analisi indipendente: una modifica costituzionale che renda esplicita la competenza federale sul cambiamento climatico (richiamando gli artt. 2, 61, 73, 74, 76, 89, 102, 104, 118, 119 Cost. fed. come base derivata già esistente, ma insufficiente); l'istituzione di un Fondo Nazionale per le Emergenze Climatiche, finanziato da contributi federali, tasse ambientali e sanzioni CO2; l'integrazione del rischio climatico nella Legge sulla protezione della popolazione e della protezione civile (LPPC); un rafforzamento della cooperazione transfrontaliera per la gestione delle acque, ispirato alla Convenzione di Helsinki (1992) sui corsi d'acqua transfrontalieri, alla direttiva quadro europea sulle acque (2000/60/CE) e — come analogia extraeuropea — al Great Lakes Water Quality Agreement tra USA e Canada; l'istituzione di un Centro Federale per la Gestione delle Emergenze Climatiche (CFGEC) e di accordi di mutuo soccorso intercantonali/internazionali; l'estensione a tutto il Lago Maggiore dei segnali luminosi di allerta tempesta già previsti dalla Convenzione italo-svizzera di navigazione — proposta tecnica specifica e originale dell'autore. Il ruolo dell'esercito (sezioni C-E). L'articolo propone di ampliare per via legislativa (modifica della Legge militare) la possibilità di mobilitare le Forze Armate svizzere per trasporto, ripristino delle telecomunicazioni e logistica d'emergenza nelle primissime ore-giorni dopo un disastro climatico, citando modelli esteri (U.S. Army Reserve, USNORTHCOM, Nepal Army, Forze Armate filippine, SDF giapponesi, NATO EADRCC, Australian Defence Force). Affronta esplicitamente il rischio di distorsione della concorrenza che un intervento militare in attività di ricostruzione potrebbe generare (asimmetria di risorse, accesso preferenziale, costi operativi inferiori), proponendo come contrappeso supervisione parlamentare, trasparenza e limitazione temporale rigorosa dell'intervento alle situazioni di emergenza conclamata. Conclusioni. L'articolo richiama i dati Copernicus sul 2024 come anno di temperature record e collega esplicitamente gli eventi di Moesa/Vallemaggia ad altri episodi regionali — la grandinata sul Locarnese (oltre 1 miliardo di danni) e il naufragio per vento discendente presso Sesto Calende — sostenendo la tesi che l'attuale assetto sussidiario federale-cantonale non sia più adeguato alla frequenza e intensità di questi fenomeni.